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Fausto Bertinotti, una delle figure più influenti della politica italiana degli ultimi decenni, racconta, dalla prospettiva di un protagonista e di un osservatore in prima linea, la parabola della sinistra contemporanea. L’inizio del declino si può far risalire storicamente al crollo dell’Unione Sovietica, quando – insieme con il socialismo reale e le sue storture – viene meno un mito della sinistra: la possibilità di un’alternativa al capitalismo. Dalla lotta rivoluzionaria si è passati così alla sinistra riformista, che ha accompagnato il consolidamento dell’Europa sulla base delle ragioni del mercato e dei vincoli di debito, abbandonando Marx (senza superarlo) e la lotta di classe. Il neoliberismo e la globalizzazione hanno fatto il resto, relegando ai margini le voci dei lavoratori e delle lavoratrici. Intanto, in Italia e nel mondo, la politica annegava nella spettacolarizzazione e sceglieva di parlare non secondo giustizia e verità ma alla “pancia del Paese” oppure facendo propria la lingua del mercato. Non più una politica di alti ideali ma una politica servile e di corto respiro: quando i partiti progressisti si sono allineati a questa tendenza, è venuto meno anche l’impegno in favore delle rivendicazioni del lavoro. Cosa rimane allora della sinistra? Da dove è necessario ripartire e a cosa si può mirare? Fausto Bertinotti prova a spiegarcelo in questa lucida e penetrante analisi, attingendo alla sua esperienza diretta e alla visione maturata nella lunga militanza politica.
Anno
2025
Genere
Società, politica e comunicazione
Pagine
192
Listino
15,00
ISBN
9788839719294
Formato
brossura
ebook
Il titolo del suo ultimo libro suona come una sentenza, ma anche come una sfida: “La sinistra che non c’è”. Presidente, partiamo da qui: è un’assenza fisica, politica o, peggio, un’assenza di pensiero?”
La sinistra non è scomparsa per un incidente del destino, ma per una mutazione genetica. Si è separata dal suo popolo, dai conflitti sociali, dal mondo del lavoro. Oggi la sinistra sembra aver accettato l’orizzonte del capitalismo come l’unico possibile, diventando una forza di gestione dell’esistente piuttosto che di trasformazione. Se non c’è conflitto, se non c’è critica radicale al modello economico attuale, la sinistra smette di esistere nella sua funzione storica.
Nel libro lei parla spesso di una “rottura”. Qual è il punto di non ritorno che ha portato a questa desertificazione?
La rottura è avvenuta quando si è smesso di guardare agli “ultimi” come soggetto politico. La sinistra si è fatta istituzione, si è chiusa nei palazzi, parlando un linguaggio che non arriva più nelle periferie, né geografiche né esistenziali. Abbiamo sostituito la lotta per i diritti sociali con una moderazione che non disturba i manovratori. Oggi il Parlamento è irrilevante, i governi contano meno delle piattaforme digitali, e se domani si chiudesse Montecitorio non se ne accorgerebbe nessuno. Citando Bernie Sanders, si può ben dire “I democratici hanno abbandonato i lavoratori e i lavoratori hanno abbandonato i democratici”.
Presidente, nel Parlamento irrilevante di cui parla c’è anche il Partito Democratico. Lei dice che non sia semplicemente “in crisi”, ma che abbia cambiato natura. È un giudizio definitivo?
Più che un giudizio, è una constatazione storica. Il PD è nato sotto il segno di una pacificazione illusoria, convinto che si potesse conciliare il benessere sociale con le ferree leggi del mercato globale. Hanno scambiato la modernizzazione con la resa. Oggi non è più il partito dei lavoratori, ma l’architrave di un sistema che garantisce la stabilità del potere. La sinistra, nella sua essenza, deve essere invece “instabile”, perché il suo compito è scuotere le certezze del privilegio per dare voce a chi non ne ha. Se diventi il garante dell’ordine costituito, hai cambiato mestiere.
Il “populismo” viene spesso descritto come il male assoluto. Lei però sembra leggerlo come un sintomo di qualcosa di più profondo. Cosa vede in questo fenomeno?
Vedo il grido di chi è stato espulso dalla storia. Le periferie, i lavoratori precari, i giovani senza futuro non si riconoscono più nelle liturgie dei palazzi romani o bruxellesi. Il populismo è la reazione scomposta a una democrazia che è diventata un club esclusivo per élite. Se la sinistra si presenta come la “maestrina” che spiega ai poveri perché devono fare sacrifici, non deve stupirsi se poi quei poveri votano per chi promette, anche se in modo fallace, di proteggere i loro confini e la loro identità. Bisogna riconquistare la fiducia dei dimenticati, non disprezzarli.
Per concludere, lei parla di “eretici” e “memoria attiva”. Come si traduce questo in un progetto politico concreto per il domani?
Significa avere il coraggio di dire che questo modello di sviluppo è antropologicamente fallimentare. Non basta qualche correttivo fiscale o una spruzzata di ecologismo di facciata. Bisogna rimettere in discussione la centralità del profitto sulla vita delle persone. La “sinistra che non c’è” può rinascere solo se smette di cercare la legittimazione dai poteri forti e torna a cercarla nelle piazze, nei luoghi dello sfruttamento e nella cultura critica. Serve una rivolta intellettuale prima ancora che elettorale.
Intervista di Roberto Arduini